| Ecuador. Trentamila
sassolini
“Un
sasso nella scarpa”. Di lui parlavano così le
compagnie petrolifere che operano in Ecuador. Angel Shingre,
ecologista, da vent'anni difendeva i diritti delle popolazioni
indigene. Shringe è stato assassinato la mattina del
4 novembre a Coca, la cittadina dove abitava, nella provincia
di Orellana, nell’Oriente ecuadoriano. Lì, e
nella vicina Sucumbíos, abitano i trentamila indigeni
che hanno citato in giudizio la Chevron-Texaco, contro la
quale si è appena aperto nella città amazzonica
di Lago Agrio quello che viene definito il “processo
del secolo”. In quasi trent’anni di attività
nella regione amazzonica, la multinazionale ha scaricato nelle
acque dei fiumi che attraversano le due province milioni di
litri di rifiuti tossici, provocando l’inquinamento
delle falde acquifere e del terreno, e un vertiginoso aumento
nella popolazione locale dei casi di cancro. Shingre si era
battuto con gli indigeni nei dieci anni necessari a trascinare
la multinazionale in tribunale. Le molte organizzazioni
ambientaliste e per la difesa dei diritti umani con cui
aveva collaborato chiedono che venga al più presto
fatta luce su una morte che rappresenta, tra l’altro,
un messaggio diretto a tutte le organizzazioni di diritti
umani e ambientaliste. Il messaggio è chiaro: “frenare
la difesa integrale dei diritti umani con l’intimidazione”.
Tolto quel sasso dalla scarpa, chi ha ordinato la morte di
Shingre farà bene a ricordare che ne restano altri
trentamila. O forse più, come dicono le diciotto organizzazioni
ecuadoriane e internazionali che si sono riunite in ottobre
a Lago
Agrio, per studiare strategie comuni di lotta contro la
prossima entrata in funzione dell’Ocp, l’oleodotto
costruito da un consorzio di sette compagnie petrolifere,
fra cui l’Agip, il cui potenziale di distruzione sociale
ed ecologica è stato ampiamente denunciato dalla Campagna
italiana promossa, fra gli altri, da A Sud, Cric, Terra
Nuova e Carta. [A.M.]
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